domenica, 19 Novembre 2017

Scrittura (e lettura)

Scritto da  il 10 Ottobre 2010

La “contestualità strutturale

Quale il rapporto fra scrittura e lettura nella cultura “gutenberghiana”?; come anche nelle esperienze di scrittura elettronica (electronic writing)? Quali elementi della scrittura in quanto scrittura emergono alla luce delle esperienze legate alla cultura elettronica, comparate con quelle della cosiddetta print culture?
Secondo le indicazioni fornite dalla filosofia francese contemporanea, l’evento di scrittura è condizionato da quello di lettura molto più di quanto comunemente non si creda: scrittura e lettura sono legate non semplicemente da un vincolo di susseguenza o di conseguenza, per cui la seconda viene dopo la prima, la seconda vuole la prima quale suo presupposto, ma da un vincolo di contestualità strutturale.
Secondo questa teoria la lettura è costitutiva della scrittura in un modo tale per cui nello scrivere si scrive, è inscritto, anche, il poter-leggere, la leggibilità. E per cui la scrittura è in quanto tale iterabile; laddove lo iter (il “nuovamente”) di “iterabile”, venendo dal sanscrito itara (: “altro”), starebbe a significare qualcosa come: prevedere, avendola in sé predisposta, l’alterità, l’elemento sociale dell’altro da sé
[2]; il sociale - si pensi allo schema freudiano di ego, es e super-ego - ovvero l’esteriorità, che ci sovrasta.
Ma l’alterità è qui qualcosa di singolare, perché essa, costituendosi, si dissolve. Viene in rilievo il fatto che la leggibilità non è la lettura ma la sua possibilità, ovvero la possibilità che la precede. Dal punto di vista concettuale astratto ciò che è leggibile può anche non essere letto. Il leggibile ha già in sé il destinatario.
Che la leggibilità sia parte strutturale della, ovvero strutturata nella, scrittura significa, secondo la tesi che si viene ad illustrare, che la struttura stessa della scrittura (del gesto come della perpetuazione in memoria, del gesto ancor prima di tale perpetuazione) prevede la morte del “soggetto empiricamente determinato”
[3] e cioè così del destinatario come dell’emittente [4]. Che la scrittura trascende il soggetto empirico; che la leggibilità fa sì che l’entità di scrittura vada oltre la presenza umana dello scrivente e del lettore, non modificandola (detto ciò seccamente) ma negandola. Che nella scrittura vi sia l’iscrizione (e l’inscrizione) segreta della morte e dell’assenza; ovvero che vi sia una serie di dati, laddove sembrava vi fosse continuità nella sequenza.
Nella scrittura, caratterizzata dalla iterabilità e dalla leggibilità oltre la presenza, vi è insomma la forma di un distacco, di un congedo: dall’emittente (e ancor prima dall’autore) e dell’emittente, dal destinatario (e ancor prima dal lettore) e del destinatario; laddove “morte”, per ciò che possa rivelarsi utile alla teoria della comunicazione, non sta necessariamente per morte ma anche e più in generale per assenza; ovvero per non identificabilità, dispersione della traccia; non necessaria identificabilità dell’autore, dell’emittente; del lettore, del destinatario; del contesto, del senso autentico.
In questo modo la filosofia decostruttiva attribuisce alla scrittura in generale (dunque anche sicuramente alla scrittura cosiddetta “lineare” - linear writing) qualcosa che è stato riconosciuto come proprio della scrittura elettronica (electronic writing), qualcosa che probabilmente questa scrittura vale quindi a pronunciare: la connaturata predisposizione alla comunicazione, il formato spiccatamente comunicativo
[5]. Essa fa ciò rintracciando in quella predisposizione un dato radicato nell’esistenza; essa mostra la convertibilità di un dato dell’esistenza in un dato della comunicazione.
Questo significa che le forme successive di scrittura - ma la constatazione è rivolta molto alla scrittura elettronica, per certo quale compiersi in essa della essenza della scrittura - possono illuminare sulle forme (di scrittura) che le hanno precedute. E significa anche, con ciò, che ogni modo, forma, condizione di scrittura può essere ricondotta ad una unità inossidabile, alla scrittura in quanto tale, che precede ogni linguaggio.
Ma già queste considerazioni possono essere brevemente integrate: l’iscrizione della morte (dell’autore) così come il fatto che il destinatario sia e non sia, tengono in piedi il vecchio dualismo: la scrittura è una singolare interiorità, ma siffatta interiorità, che fa sì che si scriva come animus, riceve dal suo stesso accadere un singolare destino. Ovvero quell’animus, quella stessa interiorità che proclama la debolezza e mortalità del soggetto (trascendentale, forte, ecc.) come se la cosa non lo riguardasse, si viene ad iscrivere per ciò stesso in una ripetizione del gesto.

 

Scrittura e memoria

Quando si parla di scrittura si parla - anche - di temporalità. Ovvero anche: con la creazione della traccia ha inizio la scansione del tempo.
La scrittura è atto o gesto che ha il suo tempo, ed anche: che viene in certo senso prima del tempo e che lo imprigiona. Così il tempo come categoria interpretativa confina con la teorizzazione della memoria: non solo della lettura nella forma della leggibilità, non solo della iterabilità; ma anche della memoria, nella quale si può riconoscere l’inscrizione nella scrittura.
Scrivere, nel suo carattere radicale di atto, o di azione, è interpretabile come un differimento della presenza, un temporeggiamento, un presupposto dell’assenza; come un gesto di rinvio, una deviazione, un differre o un dilazionare nel tempo
[6]- o anche un giocare con il tempo -; nel quale si ha produzione di memoria. Questa almeno è l’identificazione che emerge nelle attuali tendenze di pensiero, per l’esattezza questa - ancora - è la tesi avanzata dalla filosofia decostruttiva di Derrida.
Ma la memorizzazione di cui si parla avviene in un modo tale per cui il differre, pur investendo il tempo, pur essendo interpretabile partendo dal tempo, non appare riducibile entro la temporalità.
Esso riguarda anche lo spazio: nel tracciamento del segno, o del carattere, o della lettera dell’alfabeto, ovvero nella “battuta”, come nel mero spaziare e nell’andare a capo, vi è un “dare spazio”, dare lo spazio, nel che si esprime concretamente l’atto, il gesto. E più sostanzialmente se è su un supporto mobile che si scrive, allora nella mobilità si ha il necessario riferimento allo spazio nel quale avviene il movimento.
Nello scrivere avviene dunque sia un differimento nel tempo sia uno spaziamento
[7], sia un riferimento allo spazio in generale, il che significa che quel dare spazio e quell’implicarlo sono la traduzione in altri termini, in altro linguaggio, del temporeggiare, o più semplicemente che nella scrittura come produzione di memoria tempo e spazio sono compresenti.
Essi lo sono (compresenti) in due modi: sia perché preesistono a questa o quell’azione di scrittura, sia in un modo tale per cui s’inscrivono entro il perimetro della scrittura.
Anzi, muovendo da una sensibilità (quale quella decostruzionistica) orientata a riconoscere il valore fortemente definitorio e meglio relativizzante già attribuito alla scrittura dalla migliore tradizione linguistica (e non solo da essa, ma anche dalla filosofia: “La scrittura, prima di esserne l’oggetto, è la condizione dell’epistème
[8]), la questione del rapporto fra scrittura e memoria può essere posta nei termini per cui non è la scrittura a presupporre tempo e spazio ma viceversa sono tempo e spazio a presupporre la scrittura entro la quale essi verranno ad inscriversi. Ovvero si può dire che scrivere è dare risposta, nel fare, alla spaziotemporalità.
In certo senso nello specifico tempo e spazio presuppongono la loro stessa scrittura, e dunque la scrittura in generale, interpretata come gesto essenziale della mano, come scrittura prima, come forma elementare dell’azione.
Secondo dunque le indicazioni fornite dalla filosofia decostruzionista si scrive il tempo e si scrive contestualmente lo spazio; essi vengono scritti per il medesimo principio in base al quale, mutatis mutandis, si scrive la scienza oppure il linguaggio stesso.
Questo modo di teorizzare la scrittura come produzione di memoria, può essere considerato un utile approfondimento in un’epoca in cui la tecnica sembra realizzarsi sul piano dell’essenza. In tal modo infatti si affianca la scrittura alle tecniche di memorizzazione, portando la memoria nel cuore stesso della scrittura. Ovvero si fa in modo che la tecnica di memorizzazione sia posta su un terreno non propriamente tecnico, che essa sia calata nell’economia del vivente: essa predispone la teoria del vivente ad una sua assimilazione a teoriche più rigorosamente sensibili alla tecnica.
In altre parole, l’interesse per una teoria filosofica che assimili la memoria alla scrittura è dato dal fatto che fra questa e le teorie piuttosto orientate alle tecnologie di memoria vi siano punti d’incontro, o che vi sia cooperazione o ancora: che ad esempio le esperienze di scrittura elettronica (che non sono il mero utilizzo di strumenti o dispositivi elettronici, come vorrebbe far credere l’ideologia strumentalista) trovino riscontro o comunque conforto in quella teoria.
Ma non si tratta solo di questo; vedere nella scrittura in quanto tale (non cioè quale registrazione di una scrittura) una produzione di memoria equivale anche a dare un fondamento non tecnico al fatto tecnico della memorizzazione. Voler dimostrare l’esistenza, nella scrittura, di qualcosa che in fondo è indimostrabile, recando alla tecnica in dono la trascendenza.
Come dire: se la scrittura è tale in quanto impressa, registrata in un supporto di memorizzazione, allora si può ritenere che essa stessa sia produzione di memoria. Ciò che ad essa accade necessariamente, la sua destinazione ad essere memorizzata su di un supporto, si rivela come qualcosa di costitutivo, qualcosa in cui essa stessa si costituisce.

 

L’interiorizzazione della tecnologia di scrittura

Il discorso della scrittura si presta ad essere terreno d’incontro tra la filosofia, che sia messa nel disagio - come ha scritto Leroi-Gourhan - dal profilarsi di un’epoca di “magnetoteche”, e la tecnologia, che di detta epoca è l’artefice. Su questo terreno d’incontro nasce l’assunto secondo cui “tutta/qualsiasi scrittura è tecnologia” (All Writing is Technology)
[9]: non esiste una sola scrittura, ma vi è tipologia storica ed etnica delle scritture, la quale si spiega con il modo come ogni cultura si raccoglie, realizzandola, attorno alla propria tecnica di scrittura. Vi si raccoglie, anche, poiché nella scrittura sono inscritti i processi di pensiero e le rappresentazioni generali - dell’uomo, del tempo, del bello, dell’essere, ecc. - che la sorreggono. Ad esempio: la scrittura su carta fa sorgere la rappresentazione del “tempo e spazio continuo ed uniforme”, la quale “favorisce la nostra percezione di un mondo nel quale ‘le cose si muovono e accadono su piani singoli ed in ordine successivo’” [10].
La linearità del linguaggio “non sta senza il concetto volgare e mondano della temporalità (omogenea, dominata dalla forma dell’adesso e dall’ideale del movimento continuo, retto e circolare)”, ovvero senza quel concetto dell’“ora” che secondo Heidegger ha caratterizzato l’ontologia (dell’“essere in presenza”) e la sua storia, da Aristotele a Hegel
[11].
Si ha così una cultura tecnologica del manoscritto, una cultura tecnologica della stampa, una cultura della tecnologia elettronica; ed a ciascuna di queste corrisponde una definizione di scrittura: la scrittura su carta, o quanto meno quella che viene ad estinguersi con la morte del libro, è lineare, quella elettronica al computer è pluridimensionale
[12]. Per dire che la scrittura passa necessariamente, ma non solamente utilizzandoli, attraverso gli strumenti, perché questi strumenti ora si sono affermati.
Sostenere che tutta/qualsiasi la scrittura è tecnologia equivale a dire che ogni scrittura è la   “interiorizzazione” di una tecnologia di scrittura e, per essere più precisi, di comunicazione.
McLuhan, riallacciandosi agli studi di Carothers, parla addirittura di “tecnologia dell’alfabeto”, per esprimere il concetto che l’interiorizzazione dell’alfabeto fonetico ha avuto il potere di sottrarre l’uomo al mondo magico dell’orecchio per tradurlo in quello della vista
[13] e l’altro, che “L’alfabeto è la fonte del meccanicismo occidentale”[14], ovvero: “Senza l’alfabetismo fonetico e il torchio da stampa l’industrialismo moderno sarebbe stato impossibile”[15].
Egli proseguendo su questa linea di pensiero dà corpo a quello che potrebbe considerarsi l’abbozzo di una teoria tecnologica dei sensi. Una teoria che farebbe séguito, condividendo il valore centrale che in essi ha l’apprendimento, ai trattati classici sull’intelligenza umana (dei Locke, dei Condillac, degli Hume, dei Berkeley). Ma una teoria che non può condividere quel punto di vista.
Dice, questo abbozzo, che la tecnologia, interiorizzandosi, trasforma i sensi, ma lo fa in un modo singolare, per cui essa sviluppa piuttosto un organo di senso che l’altro. Ad esempio “La storia del progresso dalla scrittura a mano alla stampa è la storia della graduale sostituzione di metodi visivi di comunicare e ricevere le idee al posto di metodi uditivi”
[16]. Le culture pre-gutenberghiane hanno sviluppato il senso dell’udito; quelle post-elettriche (soprattutto la televisione) il senso del tatto.
Il veicolo di trasformazione nelle epoche di scrittura è la scrittura stessa; non già pensata in un modo rinascimentale o romantico, volto cioè alla valorizzazione dell’Autore, ma nemmeno in un modo trascendentale. Il soggetto cioè non basta.

 

Lo sdoppiamento di memoria

È difficile soprattutto pensare l’“interiorizzazione” della tecnologia di scrittura senza pensare al supporto di memoria. E difficile parimenti pensare la memoria come astratta memoria, e non invece come tecnica: per memorizzare, per conservare in memoria.
Se è vero che tecnico è l’effetto sui sensi in quanto tale e cioè privo di sovrapposizioni di significato, è vero anche che nel discorso sui sensi il supporto di memoria è l’elemento che per primo entra nel gioco; questo è pietra, legno, cera, papiro, carta, superficie magnetizzata, ciascuno dei quali entra nella scrittura nel momento stesso in cui vi si presta. Nella scrittura si traduce cioè anche il materiale di scrittura: vi è in ogni inscriptio, sempre raccolta, sempre celata, l’informazione dettata dalla materialità.
La tecnologia di scrittura s’interiorizza, così, attraverso il supporto di memoria, venendo ad incidere sulle più diffuse concezioni delle cose: Nell’attuale epoca dell’elettronica digitale avviene però qualcosa d’insolito per quanto riguarda la questione della memoria: in essa si cattura la memoria, materializzandone, rendendone attive tutte le condizioni. Trova realizzazione come mai era avvenuto prima la struttura del fenomeno della memoria.
Oggi si ha in altre parole l’artificio dello sdoppiamento fisico della memoria in relazione alla sue due condizioni fondamentali. Essa da una parte continua ad esistere come supporto, dall’altra è materialmente avvicinata e resa contestuale al gesto di scrittura, meglio viene fatta entrare nel vivo del lavoro di scrittura. Da una parte si ha memorizzazione (mnème), dall’altra rammemoramento (anàmnesis); da una, per attingere ancora alla cultura greca antica, si ha corpo, dall’altra anima.
La materializzazione delle condizioni di memoria è congeniale alla scrittura elettronica (electronic writing) ed al computer (il grosso del lavoro lo fa il computer); il quale è (anche) quello che lo fa essere la sua memoria; il quale storicamente si propone come macchina singolare, capace di “pensare”, nell’epoca “Babbage-Jacquard”, quando cioè gli viene data una memoria.
Il computer trasforma in relazione al tempo il rapporto, che ancora oggi molti sono usi avere, fra il gesto di scrittura e la memorizzazione. Esso in relazione a questo rapporto annulla il tempo; o quanto meno ne consente una diversa rappresentazione. Essendo entità ed unità mnemonica, esso accoglie la scrittura in una gestione di memoria, in una memoria “in potenza” che già c’è. La scrittura elettronica si rivela così (per semplificare) come la scrittura stessa della memoria.
Essendo avvicinata la scrittura alla memoria, sino alla sincronicità, ed in questo la scrittura al tempo, il tempo sequenziale, che separa il gesto ed il lavoro della mano dalla memorizzazione, risulta azzerato. La scrittura azzera il tempo perché essa in certo senso viene prima del tempo.
Scrivere dunque, in relazione alla gestione di memoria messa in atto dal computer, significa, quanto meno sul piano della psicologia umana, voler vincere il tempo non una ma due volte: la prima producendo memoria ovvero arrestando il tempo, cristallizzandolo in una memoria scritta, producendo “differimento”; la seconda guadagnando ancora tempo, agendo continuamente entro l’attualità della memoria, che corrisponde all’azzeramento del tempo; vivendo già in quel tempo cristallizzato; facendo sì che quel tempo non sia mai perfettamente cristallizzato.
Il tempo è dunque inscritto nella scrittura nel senso che essa lo fa essere e lo nega, mostrandone anche la illusorietà.

 

I movimenti non semantici

Lo spazio del differre al quale si è accennato, ovverosia la dimensione spaziale della scrittura, ha in sé la spazialità stessa della comunicazione.
Si può dire che la teoria della scrittura come produzione di memoria vale ad immettere la scrittura nel circuito della comunicazione. Essa, presentando l’alterità come leggibilità costitutiva della scrittura, apre la scrittura; applica bene ad essa il dogma heideggeriano dell’Apertura; pone l’accento sul carattere comunicativo radicato nel fenomeno di scrittura.
Carattere comunicativo della scrittura significa che essa, ed in essa il segno, la parola, è, oltre che modo, mezzo di comunicazione, è cioè interpretabile come medium. Essa in questo risponde alla definizione luhaniana secondo cui “il medium è il messaggio”. Ovvero: uno degli effetti antiletterari (nel senso in cui è esistito ed esiste il literate man, l’uomo conformato alla scrittura lineare) della teoria della scrittura come memoria è appunto dato dal fatto che il contenuto di un messaggio scritto è nello stesso tempo mezzo per comunicare quel messaggio. Quasi la “lettera” - ciò che la parola e la sintassi sono tolta l’attribuzione di senso - fosse il medium.
Il carattere comunicativo della scrittura è chiaramente espresso dalla filosofia decostruttiva mediante la teoria dei “movimenti non semantici”: non si comunica necessariamente e solo un senso umanamente interpretabile ed in sé compiuto, ovvero si comunica sempre e comunque un movimento
[17]. Il comunicare, insomma, è più ampio della significazione - ed anche, dovremmo aggiungere subito noi: la scrittura è anche scrittura della distanza.
Tesi, questa, ancora attenta all’aspetto letterario e post-romantico della scrittura; ma in questo, nonostante questo, affiancabile alla nozione luhaniana di “movimento d’informazione”.
“Movimento d’informazione” indica espressivamente l’informazione in quanto tale e cioè traduce in concetto il fatto storico che il messaggio, in séguito alla invenzione del telegrafo (1832), si costituì in quanto tale, potendo viaggiare ad una velocità notevolmente superiore a quella del tradizionale messaggero a cavallo ed a quella consentita da “strade, ponti, rotte navali, fiumi, canali”
[18].
Dunque ancora possibilità di confronto, possibilità di vedere analogie culturali.
In entrambe le descrizioni, sia cioè nella teoria dei “movimenti non semantici”, sia in quella del “movimento d’informazione”, s’impone l’idea di un’autonomia. La quale però si svolge su piani diversificati: ancora una volta la sensazione è che nel decostruzionismo si esprima in modo filosofico-letterario, e cercando per essa anche una rifondazione in senso umano, quello che in McLuhan viene detto in termini di tecnologia o che comunque è orientato al valore dell’effetto comunicativo, attorno al quale si costituiscono concettuologie e mondi di rappresentazione. Ma tant’è, trattandosi appunto in ciò di differenti tradizioni culturali.
Attraverso la teoria dei movimenti non semantici, il decostruzionismo, maggiormente sensibile al rapporto culturale con la teologia, assume una posizione critica rispetto a quello che esso definisce logocentrismo; laddove logos sta ad indicare l’identità valore semantico-comunicazione, e tradisce il senso di attesa del messaggio.
Parimenti esso è la critica del fonocentrismo, che è la “metafisica dell’alfabeto fonetico”, della “prossimità assoluta della voce e dell’essere, della voce e del senso dell’essere”, ricompresa nel logocentrismo
[19] o anche in generale dell’antropocentrismo, per cui l’uomo con il suo logos e la sua strumentazione alfabetica si pone al centro del cosmo, ovvero è “sempre in presenza”, quasi le parole si assimilassero nel senso.
Ma se si preferisce andare al nocciolo della questione, il decostruzionismo vuole essere la critica dell’umanismo: che è logocentrico, fonocentrico e antropocentrico. Su questo terreno esso sviluppa l’insegnamento heideggeriano, che ha condizionato parte della cultura europea occidentale, e s’incontra con altre teorie, le quali non si lasciano inscrivere in quella cultura, ovvero non muovono dal presupposto di criticare l’umanismo.

 

L’“evento” di scrittura

Ad una sensibilità teorica adusa all’esperienza del medium elettronico, o comunque ad esso allineata, la scrittura si presenta sempre più come evento, sempre meno come monumento.
Il concetto di evento non è propriamente un concetto aggiunto; esso può frantumare un edificio o renderlo fatiscente. Esso lacera un tessuto, mostra cioè di avere una sua dirompenza.
La parola (“evento”) diviene significativa per la teoria della comunicazione se interpretata con riferimento alla locuzione heideggeriana Ereignis des Seins, “evento dell’essere” (: l’Ereignis “non rinuncia a sé stesso, ma salvaguarda quello che gli è più proprio”
[20]). Per dire essenzialmente, in considerazione di una certa quale debolezza dell’essere, che un fenomeno è tale perché racchiude in sé la sua essenza di fenomeno; esso va pensato come tale e non va ricondotto, per essere interpretato, ad un che di superiore. Esso va interpretato per sé stesso, ovvero in base a quelle segrete ragioni per cui può solo riunirsi con altri fenomeni, non dandosi una unità precostituita.
Eventualità della scrittura significa che entra nella considerazione dei teorici non già la scrittura come sistema compiuto, bell’e fatto, come autorità della scrittura (il “monumento”, appunto); ma il fatto in sé che la scrittura avvenga, accada, così come nella ontologia heideggeriana dello es gibt Sein l’essere non è ma accade.
La critica dell’attesa di senso investe in questo modo la questione della distanza fra il significante e  il significato: il significante è tale, si costituisce come tale, non riconoscendo un significante superiore.
Esistono invece, nell’ attribuzione di senso, solo rinvii da un segno all’altro, da una parola all’altra; esiste in questo modo un contesto globale di rinvio, senza che si dia centro o sostanza. Il discorso, la sequenza delle parole, la sintassi, perdono così quella coesione e compattezza che sono impresse nelle nostre immagini mentali: esse non sono più un continuum, sono pensabili non più come un continuum. E come se la scrittura non esistesse, ma esistesse quel gioco di rinvii o conflitto di elementi (Derrida ha coniato a questo proposito il termine différance) che dà vita poi a qualcosa cui si sia attribuito significato. Con l’affermazione della eventualità della scrittura accade insomma alla continuità del discorso qualcosa di analogo a quanto avvenne alla materia (all’universo cartesiano della materia) in séguito alla scoperta newtoniana della sua porosità.
Si può ritenere che quell’affermazione la si abbia concretamente con 1’ avvento della scrittura elettronica, la quale anche in questo caso, se pensata, schiarisce i concetti ed insegna ad esempio che la presenza non viene negata solo dall’assenza ma anche dalla relatività e/o casualità della presenza.

 

La “macchina riproduttiva”

Il principio d’iterazione - nel quale si celebra il distacco dell’Autore dal messaggio - è profondamente connesso, nella filosofia decostruttiva, con la teoria della macchina riproduttiva del messaggio.
Il principio d’iterazione vuole che la leggibilità strutturale di un messaggio scritto consista nella possibilità di ripetere più volte quel messaggio.
Scrivendo dunque si produce, sotto questo aspetto, “un marchio che costituirà una sorta di macchina produttrice a sua volta”
[21], una entità che ha in sé, per sua costituzione, la qualità di essere più volte messaggio, la capacità di trasmettere e ritrasmettere messaggi; più messaggi facenti parte del medesimo messaggio; sempre lo stesso messaggio in quanto traducibile in una pluralità di significati a seconda del contesto, linguistico, culturale, di condizione, soggettivo, di ricezione. Una entità che ha in sé la capacità di “funzionare e di fare e farsi leggere e riscrivere”[22].
Quanto avviene con la traduzione - così resa - dello scrivere in entità di scrittura assomiglia un po’ a quanto avvenne secondo McLuhan con l’invenzione della stampa a caratteri mobili.
La iterabilità del messaggio scritto richiama la ripetibilità che lo studioso canadese attribuisce al libro
[23]. “La stampa [.. .] ha messo in atto la prima meccanizzazione di un artigianato complicato […] La qualità più importante della stampa è la sua ripetibilità”[24], ripetibilità collegata alla produzione in serie. Il libro, essendo prodotto da macchine, è a sua volta macchina, per l’esattezza una macchina didattica [25]; nel libro si perpetua e si trasfonde qualcosa che ad esso è conferito dalla macchina (a stampa), che l’ha prodotto.
Nel principio d’iterazione si celebra la “morte-assenza” del destinatario e dell’emittente. Dell’emittente in vece dell’autore, perché l’emittente non si sa se sia l’autore, non è importante che lo sia, non è importante chi sia l’emittente. Per cui, ancora, muorendo l’emittente l’autore (e con esso l’essere monumento della scrittura) prende definitivamente congedo dall’entità di scrittura.
Questo congedo (della scrittura dall’autore e dall’emittente ed in qualche modo dell’autore e dell’emittente dalla scrittura) trova il suo anàlogon (potendosi considerare il messaggero come un’allegoria), nell’immagine luhaniana della emancipazione, attuantesi nella maggiore velocità, del messaggio dal messaggero.
Se il messaggero non è il destinatario, egli è un po’ l’emittente, è lo stesso porsi della presenza umana. Il dire che il messaggio è più veloce del messaggero significa che il messaggio si emancipa da ogni riferimento all’uomo ed alla sua presenza.

 

Idealizzazione e uso allegorico

Scrittura e lettura, ma soprattutto la scrittura, valgono a designare azioni che non sono propriamente di scrittura o lettura di un testo. (Anche se resta sempre in piedi la domanda su che cosa sia in fondo “testo”.)
Galilei parlava della natura come del “gran libro della natura”; analogamente Descartes parlava del “Gran libro del mondo”, e così faceva Hume nei suoi Dialoghi (laddove il libro significa il mondo, la realtà, come fossero già scritti una volta per tutte). La filosofia ermeneutica si figura l’esistenza come un testo da leggere ed interpretare; il discorso freudiano sui sogni rimanda a presupposti di scrittura tali per cui interpretare significa leggere
[26]. (Essendo tutto questo intaccato ma solo in parte dal poter dimostrare che non vi è, sotto, alcuna scrittura, nulla di alfabetico.)
Ciò che è vero con riferimento ad entità di scrittura lo è anche con riferimento all’atto di scrittura, al porre mano, il quale si traduce in idea, presentandosi quasi come l’azione par excellence, alla quale più tipologie di azione possano ricondursi, o nella quale più azioni si rendano riconoscibili per la loro qualità umana: comporre un messaggio, disegnare, dipingere, fare una inscriptio su pietra; scrivere un libro, scrivere musica, scrivere il diritto; scrivere a penna, scrivere a macchina; tutto questo diviene scrittura.
Scrivere, così, è addirittura azione che trascende l’oggetto (il suo “che cosa”) o il medium (il mezzo su cui avviene, che conserva in memoria, che si trasmette), che pure ai fini di quell’azione sono molto importanti. Anzi l’evoluzione del medium e del supporto di scrittura nel senso per cui essi si pongono vieppiù quali mezzi di comunicazione, possibilizza l’espansione semantica della parola scrittura, richiamando l’attenzione sulla sua essenzialità di gesto essenziale. Ciò che può dirsi avvenga in base ad una regola generale, per cui la scrittura rinvia ad una economia generale di azione.
Con l’avvento del medium elettronico quell’idealismo insito nel linguaggio si concretizza perché è il linguaggio a concretizzarsi: variando il medium si ha il travaso o trasferimento della possibilità di azione su un altro piano; qui si riuniscono varie possibilità di scrittura ed in ciò varie possibilità di azione comunicativa: non solo scrivere o dipingere, ma anche copiare, stampare, calcolare. Qui tutto diviene così profondamente contestuale.
Con l’avvento soprattutto della digitalizzazione (atomizzazione uniforme, totale quantificazione, decostruibilità-convertibilità) dei dati, ogni parola può essere comando; si afferma, si iconizza la filosofia del control panel, il linguaggio è azione e quell’idealismo, divenendo tutto potenzialmente contestuale, si concretizza.
È quindi come se attraverso il medium elettronico venisse ripresa una condizione ideale (l’idealizzazione della scrittura) e questa fosse tradotta in possibilità nuova ed effettiva; è come se in esso avvenisse una materializzazione, una entificazione ed una unificazione di possibilità che prima, sul piano dell’azione effettiva (lo scrivere, il dipingere, ecc.), erano separate, ed unificate solo nel linguaggio che ne parlava.
Ma tutto quello che si è detto avviene in un modo paradossale, per cui in quel mentre ci si avvede del fatto che dietro l’idealismo del linguaggio vi è l’uso della metafora, forse il disagio stesso del linguaggio.

 

Scrittura e manualità

Quando si parla di scrittura si parla di manualità, cioè dell’impatto elementare dell’uomo con la realtà mediante il suo strumento primario - che è tattile - di comunicazione attiva con il mondo esterno: la mano.  Qualsiasi scrittura evoca sempre questo impatto, ne ripropone il senso; conservando, nella evoluzione dei media e del supporto, non solo la vicinanza o prossimità all’intenzione, ma anche la materialità propria di un gesto. Ovvero: pur rimessa costitutivamente alla leggibilità, la scrittura, rispetto alla lettura, conserva una qualche priorità, che è la priorità del gesto, del porre mano. Il dogma, se di dogma si può parlare, è un po’ quello della presenza della mano.
La manualità nella scrittura si è protratta, mostrandosi forte e resistente: ha seguito l’evoluzione degli strumenti attraverso le varie epoche storiche, sino ed entro la vicenda elettronica e digitale.  Laddove si è rivelata una sua attitudine essenziale: essa si è identificata con l’attività di comando.
Nella vicenda elettronica delle macchine l’attitudine all’imporsi di fare, al comandare un’azione, al formulare istruzioni perché queste siano eseguite, si sarebbe potuta arrestare alla scrittura dei programmi, alla battitura dei tasti di una console. Si sarebbe potuta limitare cioè al ripetersi del rapporto con la macchina da scrivere, come se fosse venuto a mutare solo l’oggetto. Così forse pareva potessero andare le cose, almeno a giudicare dalla possibilità, impostasi originariamente, di comunicare con i sistemi operativi scrivendo. Ma qui cominciava a giocarsi in certo modo la possibilità stessa della scrittura.
Infatti la scrittura d’istruzioni, se memorizzata, può non essere seguita dal comando di eseguire quelle istruzioni. Un comando si scrive in generale almeno due volte, la prima esso semplicemente si scrive (il “programmare”), la seconda si scrive perché esso sia eseguito.
Questa diversificabilità dei momenti di scrittura si è concretizzata, nella evoluzione del software, nell’uso d’immagini che significano ambiti di azione ed azioni possibili, eseguibili. L’attività di scrittura, con riferimento al suo oggetto, è divenuta manipolazione d’immagini; molto della scrittura, del suo habitat, dei suoi strumenti, è stato differito in memoria, “interfacciato” graficamente: tradotto in immagini simboliche ed in questo modo sintetizzato, avvicinato alla eseguibilità. Ora invece di formulare un comando per iscritto si indica con un gesto della mano il simbolo di quel comando; si indica e si aziona in regime mutato di manualità il comando che si vuole sia eseguito. Il che significa: invece di scrivere si compiono movenze della mano, interpretabili da una intelligenza esteriore.
In questo vi sono, necessariamente, la teatralizzazione di un ambiente di lavoro entro il quale si traspone e visualizza il gesto, e la metaforizzazione della mano: il mouse della nostra esperienza ordinaria di personal computing riprende la mano, si adatta al cavo della mano, è il calco della mano; in quella che può essere ritenuta una nuova manualità. La quale però non solo inerisce a operazioni di scrittura e piuttosto assimila alla gestualità propria della scrittura altre potenzialità operative: espropriando la scrittura della sua gestualità.
Nel personal computing la scrittura è stata ritradotta in manualità, ma in un modo tale per cui è come se ogni operazione divenisse metafora di un’azione di scrittura. La priorità di scrittura si è trasformata in priorità di manipolazione; l’oggetto di scrittura è divenuto qualsiasi object, sino quello del pensiero, o meglio della mente.
Che attraverso la nuova manualità l’elettronica abbia amplificato il gesto di scrittura da una parte significa un qualche ritorno alla essenza della scrittura, dall’altra la crisi dell’identità di scrittura.
Soprattutto si viene comprendendo sotto questo profilo che la scrittura elettronica non è semplicemente la scrittura, eseguita di fronte al monitor di un computer. Ma la traduzione in scrittura di un impulso, di qualsiasi natura esso sia.
Ad esempio: prima dell’epoca dei supporti magnetici si distingueva nettamente, nella sfera della comune rappresentazione, fra messaggio parlato - la comunicazione “orale” - e messaggio scritto. Dopo, con la nascita dei nastri e dischi magnetici, è emersa, con l’unità pienamente raggiunta fra il parlato e la scrittura, la possibilità effettiva di scrivere parlando, mediante l’utilizzo dei dittafoni e del software di speech recognition.
Ovvero: oggi invece di scrivere o di formulare comandi si può fare in modo che il software riconosca e traduca in scrittura impulsi nervosi trasmessi a distanza.
Tutto questo segna la crisi della manualità, la crisi della identificazione della scrittura col gesto della mano. Tutto questo pone la scrittura di fronte alla prospettiva dell’assenza della mano.
Ma avviene in questo modo qualcosa che è insito da sempre nella natura del medium. La quale è tale per cui la scrittura esiste dal momento che qualcosa si traduce in scrittura. Se io scrivo con il computer in realtà ciò che accade è che il software traduce in scrittura certi miei impulsi.
Questo significa che siamo in presenza di una trasformazione nella quale vi sono i germi di crisi della manualità di scrittura, prima ancora che della scrittura.

 

Il “formalismo” di scrittura

L’elettronica è - necessariamente - una esperienza di scrittura. Nel senso (in apparenza solo riposto) che passare all’esperienza elettronica è un po’ di per sé stesso uno scrivere, un ri-scrivere, e che in questo modo scrivere non è più scrivere, se non per analogia. La scrittura elettronica è un complesso di operazioni che si pongono solitamente in un modo continuativo rispetto alle nostre comuni esperienze di scriptura. Così si scrive un file come si scriveva un messaggio, una lettera, si scrive un document come si scriveva un testo scientifico o letterario; ovvero si scrive una lettera, un messaggio, ecc., adoperando per questo il software adeguato, essenzialmente software di scrittura, processore di parole (word processor), con l’abbattimento di certe qualità.
Si ha qualcosa d’inerziale in questo che è un travaso di contenuti - si ha un po’ quel travaso che si ebbe nel passaggio dalla oralità alla scrittura -; ma lo si ha ora nel passaggio da una forma tecnicizzata ad altra forma tecnicizzata, da forma a forma, di scrittura: meglio, in questo passaggio si ha il prevalere della forma. Ci si avvede di dover scrivere la forma, a causa di questa specifica trasformazione.
Questo passaggio, per quella che è la pensabilità del rapporto tra forma e contenuto, relativizza il contenuto; mescola forma e contenuto. Si ha così trasformazione nel senso di mutamento nella forma, di sua concreta evoluzione.
Si assiste ad un nuovo formalismo nella scrittura, tale quale esso ora sembra realizzarsi nella essenza concreta; quanto meno, nelle esperienze di scrittura elettronica, la forma assume un ruolo sempre più importante, sino a divenire decisiva. Essa si emancipa e s’impone; essa, nelle possibilità di scrittura elettronica, è forte e tende a darsi, tutelandola, una sua autonomia.
E questo anche avviene all’interno della forma elettronica di scrittura: nel passaggio dal cosiddetto “modo testo” al modo interfacciato, nel che consiste un aspetto significativo dell’evoluzione dell’ambiente di scrittura elettronica.
La forma è ora il formato. Il formato è la concretezza tecnica della forma; esso è importante per le compatibilità: in esso si riversa il governo della possibilità stessa di scrittura.
Il modo interfacciato, particolarmente, mostra come la scrittura elettronica alla fine s’identifichi con il formato di scrittura. Quando si approda a questa condizione, la scrittura è come si ribellasse alla sua importazione (accettazione-traduzione in altro formato).

 

La scrivibilità e la traccia

C’è del vero, al di là degli usi metaforici, nell’idealismo che veste ed accompagna la parola “scrittura”, ed è che nella scrittura elettronica vige una profonda unità operativa, per cui tutto tendenzialmente è qualcosa di scrivibile. La nuova verità emersa con l’uso del computer è infatti, come detto, che - essendo tutto digitalizzabile - la scrittura esiste dal momento che vi sono impulsi che si traducono in scrittura.
Scrivere nell’electronic writing è un po’ tutto ciò che si fa, che si può e si deve fare, scrivendo; è, come detto, l’ambiente stesso di scrittura, nel quale tutte le azioni si pongono.
Di qui, da questo farsi ambiente della scrittura, emerge l’idea nuova di “contestualità” di scrittura: il testo non è il testo per come esso è stato pensato per secoli; in esso vi è tutta la strumentazione disponibile, che sembra aver perso in questo suo essere tale l’esteriorità; il testo è così un complesso di azioni od operazioni volte alla editazione del file di testo.
Il concetto è ora più o meno il seguente: come tutto è contestuale così tutto è, in quanto tale, scrivibile, riscrivibile.
In primo luogo nell’electronic writing si può scrivere un testo come si può scrivere un data-base, si può scrivere un campo come il documento di una banca dati, un programma, un comando o una serie di comandi (scrittura ad esempio di un file-batch).
In secondo luogo tutte quelle azioni che nella cultura gutenberghiana sono considerate anche alla luce della strumentalità e della negatività (cancellare, distruggere il foglio per riscriverlo, cestinarlo, annullare una qualsiasi operazione, ecc.) qui divengono azioni positive di scrittura.
Se tutto così è scrivibile, allora scrivere può corrispondere (ma corrisponde) a deletare, riscrivere, registrare, correggere, ripristinare o annullare (undo: negazione dell’azione, azzeramento di tempo e spazio con riferimento ad azioni svolte). Ed ancora: tutto è scrivibile nel senso di ri-scrivibile (con il che s’investe la distinzione fra l’autore e l’utilizzatore).
Il nuovo principio di scrivibilità che così si afferma fa sì che ciascuna di queste azioni non sia più l’azione ad essa corrispondente nella scrittura manuale o nella stampa; l’una ora condivide qualcosa di essenziale dell’altra, in un profondo regime comunicativo. Il potere trasformativo qui spetta molto al supporto. Quanto si è venuto dicendo può essere spiegato ricordando una tesi sostenuta a proposito della scrittura elettronica: che essa è smaterializzata nella traccia
[27].
Il che significa anche: la traccia è la traccia; ciò che la rende ora diversa, non-materiale, è il supporto. La traccia cambia nel senso che essa perde, dismette, un suo vecchio abito.
La lettera e la parola scritta o impressa su carta è difficilmente alterabile, è resistente, mentre le parole ed i caratteri nella scrittura elettronica hanno una loro evanescenza, sono costitutivamente disponibili, ben si dispongono alla continua trasformazione e negazione; esse sono immateriali, aperti.
Vi è come un salto, fra la carta ed il supporto elettronico, che si attiene, in senso complessivo, alla evoluzione del supporto nella storia: da materiali pesanti a materiali sempre più leggeri, da materiali ingombranti a materiali più maneggevoli; evoluzione che scandisce l’evoluzione dell’idea di comunicazione; nella quale cioè si coglie la traduzione completa della scrittura (e lettura), come opera del soggetto empiricamente dato, in possibile comunicazione.
“Scrivibilità” sta quindi per “comunicabilità”; la quale è dote, forse da sempre insita nella scrittura, che attende (ha atteso) la “morte del libro” per rivelarsi; la quale dunque è relativa al supporto di memoria.
Nella scrittura e lettura elettronica il gramma si trasforma in una maniera tale che la lettera, il “carattere”, la parola, denotano una levità e fragilità che ad esse non appartiene. Se il discorso mostra di non avere nulla a che fare con la continuità o con l’unità della parola (che è in qualche modo apparente), se esso mostra piuttosto di essere costruito sulla cesura; se fra un byte e l’altro è come vi fosse tutto e nulla, ciò lo si deve addebitare alla natura del supporto.

 

Riscrivere la scrittura

L’esperienza della forma elettronica di scrittura ha la virtù, o la capacità, di ricondurre la scrittura alla sua essenza sia pure fenomenica. L’electronic writing vale ad accorciare la distanza fra la scrittura ed il pensiero della scrittura, ovvero anche fra il pensiero e la scrittura del pensiero
[28].
La possibilità, che si offre, di ricondurre la scrittura sul sentiero dell’essenza, la si ha nel passaggio da una forma ad altra forma, ed include quella che si può ritenere sia/sarà una nuova esperienza di scrittura globale, ovvero di ri-scrittura, nel senso di riproduzione di una scrittura.
Per dire appunto che una scrittura che sia così diversa nel formato, nella traccia e nella forma, è, a causa della notevole diversità del mezzo, scrittura della scrittura. Ovvero che la diversità della forma e del formato implica una riscrittura.
Il processo, che è in atto, forse è ancora misterioso: non si sa se esso sia già iniziato veramente, e cioè in tutte le sue potenzialità, forse al di là del fatto evidente che una trasformazione è già in corso, è già praticabile. Per dire che di fronte si hanno possibilità e difetto di coscienza.
Se è la macchina che scrive (nella sua gestione di memoria) allora essa, e con essa lo scrivente, scrive la scrittura, riscrivendo la riscrive.
Se io riscrivo materialmente ad esempio La divina commedia, io soprattutto riscrivo riscrivendo, riscrivo la scrittura stessa, a causa della profonda diversità del mezzo. Non è necessario l’effetto multimediale, per rendere comprensibile ed ammissibile questo pensiero.
Riscrivere la scrittura è ora il nuovo punto di approdo per la scrittura, ma ciò avviene in un modo tale per cui io lo faccio in continuazione, non una volta per tutte: la riscrittura è per così dire in fieri.

 

Lettura e visualizzazione

L’elettronica digitale insegna, fra l’altro, che tutto ciò che è visibile esiste. In essa la semplice visività è datrice di esistenza: questa è una potenzialità sviluppata dalla tecnologia delle memorie; ripresa forse dal mondo del libro, forse da quello televisivo ma evidentemente, se di memoria si parla, non ripresa da alcuno di questi. Nel mondo delle macchine elettroniche la lettura si scompone in più aspetti ma soprattutto essa s’identifica essenzialmente, dal punto di vista dell’output, con la visualizzazione, ovvero con l’effetto visivo, al quale va riconosciuta una sua esistenza autonoma.
Ovvero: come la lettura nella cultura gutenberghiana si distacca dalla scrittura, così ora essa è cosa: si costituisce quale realtà visiva.
In questo modo la lettura assume un ruolo della massima importanza non essendo però propriamente lettura e forse comunque essendo metamorfosi di lettura:
essa s’immedesima con la sua stessa entità percettiva; per cui leggere è lo stesso vedere e ancor più lo stesso riconoscere, in quanto tali.
L’autonomia dell’effetto visivo, che nasce - ma in altro modo - con la stampa a caratteri mobili (McLuhan), è provata dal fatto che il computer consente di vedere qualcosa che non esiste in quanto registrato in una memoria, che è scisso dall’attualità di scrittura: mettiamo un file che non abbia ricevuto il nome; o di stampare solo ciò che compare sul monitor (cosiddetto print-screen). Questo si rende possibile ad esempio quando si memorizza una pagina video in quanto semplice immagine, potendo poi richiamare tale immagine con un certo programma prestabilito, e dunque vederla, copiarla, stamparla.
La visualizzazione bisogna supporre sia quindi un effetto di scomposizione dell’unità di azione riconosciuta per tradizione alla lettura; il che è insito nel continuum di scrittura. E nello stesso tempo che lo sia proprio della stessa leggibilità. La visività in quanto visività nell’ azione della macchina interattiva concretizza ed esprime la possibilità di lettura.

 

I rapporti d’interazione

Scrittura e lettura nell’epoca dell’elettronica digitale s’inscrivono nei rapporti d’interazione uomo-macchina (Human Computer Interaction), in cui ciascuno dei due soggetti o sistemi non è propriamente tale ma si presta a formare un nuovo sistema (percettivo, di scambio, ecc.).
Questo nuovo sistema s’inscrive nell’evolvere della tecnologia laddove, gradualmente, affina i suoi codici interpretativi ed il suo essere mondo sensibile ed intellegibile in cui il sensibile e l’intellegibile tendono a combaciare.
In questo sistema almeno quattro sono le possibilità di rapporto fra scrittura e lettura: a) che l’uomo scriva e la macchina legga, ovvero che ogni azione umana sia tale per cui la macchina e meglio i programmi che la fanno funzionare (di sistema ed applicativi) siano nella condizione, o siano tali, per cui essi interpretino il messaggio umano; b) che l’uomo scriva e legga, ovvero che ad ogni sua azione di scrittura (input) corrisponda una sua (altrettale) possibilità di lettura dei risultati di elaborazione del computer (output); e) che la macchina scriva e l’uomo legga, ovvero che la macchina produca un output interpretabile dal punto di vista umano: un output a video (la pagina di un testo, in un certo formato, un documento qualsiasi), una stampa su carta, ecc.; d) che la macchina legga e scriva, ovvero che essa in base alla lettura-ed-interpretazione, o ricognizione, di comandi esegua certe operazioni piuttosto che altre, o che essa legga qualcosa da lei stessa scritto, un’azione precedentemente eseguita, ed in base a questo continui nel suo lavoro. Ad esempio il “leggere-e-scrivere” quale si svolge nelle comuni operazioni di deframmentazione dei dischi.
Ma questo sia detto anche per comodità, perché è il senso del nuovo sistema ciò che conta - con il suo linguaggio, le sue nomenclature, le sue rappresentazioni, la sua gestualità -, in quanto esso non sia né un dialogo (in cui i soggetti siano presupposti) né un sistema compiuto. Ciò che conta non è solamente descrivere ciò che avviene, ma cercare di comprendere di che natura sia ciò che avviene.
“Interazione” sta a significare “azione comune e reciproca fra”, nel nostro caso fra uomo e macchina; ma il problema non è tanto quello di definire l’interazione ed è invece quello di sapere che cosa in essa viene a costituirsi.
Viene a formarsi, a consolidarsi, ad esempio, un nuovo contesto di senso, per cui qualsiasi segno, fatto, parola, ecc., esiste ed è interpretabile all’interno di questo contesto.
Ma forse più interessante è ritenere che nell’interazione uomo-macchina si costituisce una entità di memoria, tale per cui l’azione cui i soggetti si prestano viene a tradursi in sempre nuova memoria, e tale per cui questa memoria trascende i singoli soggetti.
L’interazione si traduce in memoria manifestando processi (più o meno elementari) di quantificazione. Essa può essere considerata come il rapporto quantitativo fra ciò che l’uomo, l’operatore, fa o sa fare e ciò che il software può e sa fare sostituendo e non la mano d’opera umana. Ovvero come il trasferimento di quantità e capacità di azione dall’uomo alla macchina, con effetto liberatorio per l’uomo: maggiori potenzialità della macchina (la quale è stata come provocata) e liberazione dell’uomo all’azione.
L’interattività è un po’ racchiusa nella domanda: in che cosa io sono cambiato in seguito al crescente poter-fare della macchina in vece mia? E gli orizzonti possibili di lettura e scrittura, i possibili modi di essere di tali operazioni, si conformano alla trasposizione nella macchina di capacità di azione.

 

“Azionismo” della macchina e attribuzione di senso

Il discorso sulla interazione mostra ancora di più, ancor più di quanto non lo mostri una considerazione limitata alla macchina in quanto tale, come la grande novità introdotta dall’epoca elettronica è che scrittura e lettura non sono più una prerogativa dell’essere umano.
Si può dire che il computer legge e scrive, quasi fosse un uomo.
Significativo è il caso dello scanner, corredato del suo software (l’Optical Character Recognition), il cui funzionamento consiste in un leggere (l’immagine) e scrivere (tradurre l’immagine in scrittura propriamente detta).
Il concetto in fondo è universale; appartiene all’idea stessa di “sistema operativo” il fatto che la macchina, per avviarsi, per funzionare chieda al software di leggere e riconoscere.
Ovvero un sistema per avviarsi, caricare i programmi e poter funzionare deve prima leggere ed interpretare i comandi, secondo quella che è la lezioncina, vecchia ma attuale, dell’avvio (fase di boot, bootstrap). All’avvio esso deve poter leggersi, poter leggere i files di esecuzione automatica, di configurazione del sistema, o d’inizializzazione.
Ma, perché una macchina può leggere e scriyere? Forse essa effettivamente lo fa: è difficilmente sostenibile che essa si dice soltanto che lo faccia.
Ciò che depone a favore della veridicità dell’azione di scrittura e lettura da parte di un programma è l’essenzializzazione del significato di leggere e scrivere. La possibilità cioè d’immaginare che cosa sarebbero scrittura e lettura se private dell’attribuzione di senso: la linea che congiunge la nascita dei calcolatori e l’algebra. Che si riallaccia al discorso critico nei confronti della metafisica dell’alfabeto fonetico.
La macchina che legge e scrive suscita la domanda su che cosa essa legge o scrive. Essa codifica e decodifica, elabora stringhe di bits; ecc.: dunque il senso delle parole le sfugge. Le sfugge il nostro umano dire l’assiologia.
A quella domanda si può rispondere allora sostenendo che scrittura e leggibilità non sono riferibili solo a lettere o parole, né solo a numeri, ma anche a segni e tracce, a qualcosa che in quanto tale si presenta anche come incomprensibile, che lo sarebbe senz’altro al di fuori di umane attribuzioni di senso.

*****************
[1] Rielaborazione di quanto già pubblicato in “Informatica & Documentazione”, n. 3/1998 (pp. 21 e ss.).

[2] J. DERRIDA, Firma evento contesto (1971), trad. it. in ID., Margini della filosofia, trad. it. a cura di M. Iofrida, Torino 1997, pp. 403 e s.

[3] Ivi, p. 406.

[4] Ivi, p. 404.

[5] M. POSTER, The Mode of Information: Poststructuralism and Social Context, Univ. of Chicago Press, 1990, p. 126.

[6] DERRIDA, La différance (1968), trad. it. in Margini della filosofia, Torino 1997, pp. 34 e ss.

[7] DERRIDA, Firma evento contesto, pp. 406 e s.

[8] DERRIDA, Della grammatologia, trad. it., Milano 1998, p.49. La “grammatologia” è la scienza della scrittura.

[9] J. TARLING, The Struggle of Writing against the Limitations of Print Culture, Coventry Univ., England, 1995.

[10] Ivi, con rif. a M. MCLUHAN, La galassia Gutenberg. Nascita dell’uomo tipografico, trad. it., Roma 1995, p. 43.

[11] DERRIDA, Della Grammatologia, p. 127.

[12] Ivi, pp. 126 e ss. Ovvero consente il, consiste in un, ritorno alla scrittura pluridimensionale (ivi, in nota).

[13] MCLUHAN, La galassia Gutenberg, pp. 42 e ss.

[14] MCLUHAN, Gli strumenti del comunicare - trad. it. di Understanding Media -, Milano 1995, p. 157.

[15] MCLUHAN, Dall’occhio all’orecchio, trad. it., Roma 1986, p. 37.

[16] H. J. CHAYTOR, From Script to Print, Cambridge 1945 (p. 4), cit. in MCLUHAN, La galassia Gutenberg, p. 129.

[17] DERRIDA, Firma evento contesto, p. 395.

[18] MCLUHAN, Gli strumenti del comunicare, p. 99.

[19] DERRIDA, Della grammatologia, pp. 19, 30, 31.

[20] M. HEIDEGGER, Tempo ed essere - trad. it. di Zur Sache des Denkens -, Napoli 1988, p. 129.

[21] DERRIDA, Firma evento contesto, p. 404.

[22] Ivi.

[23] MCLUHAN, La galassia Gutenberg, pp. 222 e s.

[24] MCLUHAN, Dall’occhio all’orecchio, p. 37.

[25] MCLUHAN, La galassia Gutenberg, p. 199.

[26] Cfr. DERRIDA, Freud e la scena della scrittura, trad. it. in ID., La scrittura e la differenza, Torino 1990, pp. 255 e s. Per la metafora del libro si veda ID., Della grammatologia, p. 35.

[27] POSTER, The Mode of Information, p. 111.

[28] Cfr. TARLING, The Struggle of Writing.

Letto 3352 volte Ultima modifica il 06 Luglio 2013

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