martedì, 21 Novembre 2017

Tetto agli stipendi dei manager e trasparenza degli stessi. Riflessioni sistemiche a margine dell’approvazione della Legge Comunitaria 2009.

Scritto da  il 05 Marzo 2010

Lo scorso 27 gennaio l'Aula del Senato, ha approvato due emendamenti alla Legge Comunitaria 2009. Con il primo, a firma dei senatori Lannutti, Belisario, Giambrone, Mascitelli si stabilisce un tetto per gli stipendi dei manager di banche e società quotate e si introduce il divieto di stock option per i manager delle banche. Il secondo, di iniziativa governativa, inserisce l'obbligo per le società quotate di pubblicare gli stipendi di amministratori e dirigenti. Si tratta rispettivamente degli artt. 22 bis e 22 di delega al Governo per il recepimento delle raccomandazioni della Commissione europea 2004/913/CE e 2009/385/CE in materia di remunerazione degli amministratori delle società quotate. Il primo prevede(va) in particolare che «il trattamento economico omnicomprensivo dei componenti dell'organo di amministrazione, dei direttori generali e dei dirigenti con responsabilità strategiche di banche ed istituti di credito, nonché delle società quotate, non possa superare il trattamento annuo lordo spettante ai membri del Parlamento».
Sul fronte delle stock option, l'emendamento fa(ceva) riferimento ai soli manager delle banche, prevedendo che «i sistemi retributivi degli amministratori e dei membri del Consiglio d'amministrazione degli istituti di credito non debbano essere in contrasto con le politiche di prudente gestione del rischio della banca e con le sue strategie di lungo periodo, stabilendo altresì il divieto di includere le stock option» tra gli emolumenti e le indennità di cui beneficiano gli stessi manager.

Ai sensi dell'art. 22, invece, le società quotate dovranno rendere pubblici «i compensi corrisposti» ai propri manager «a qualsiasi titolo e in qualsiasi forma». La disposizione è già prevista nel codice di autodisciplina delle società quotate, c.d. Regolamento Consob. Adottato però per ora solo su base volontaria. Con questo emendamento, la trasparenza sugli stipendi dei manager diventerebbe così totale e obbligatoria. Ma c'è dell'altro. Il dettato della norma avrà importanti ricaduto anche in ordine alla governance societaria. Essa accrescerà il peso dei soci nel processo decisionale: spetterà infatti all'assemblea degli azionisti l'ultima parola "nell'approvazione della politica di remunerazione".

Gli emendamenti assegnano al Governo la delega per l'emanazione entro sei mesi di un decreto legislativo con il quale si recepiscano due diverse raccomandazioni della Commissione Ue, che a loro volta accolgono le indicazioni del CESR (il comitato delle Autorità di Vigilanza dei 27 Paesi Ue, in cui la Consob italiana gioca un ruolo importante), per introdurle nell'ordinamento nazionale.
Perché queste norme entrino a far parte del nostro ordinamento dovremo quindi aspettare il decreto governativo.

Ma la corsa continua solo per l'art. 22.

Quello sul tetto agli stipendi è infatti stato bocciato, negli scorsi giorni, alla Camera dei Deputati.

Seppur sensibili alle istanze di riregolamentazione del mercato, messe al centro del dibattito dagli effetti dell'ultima crisi finanziaria, non si può non salutare con soddisfazione l'interruzione dell'iter legislativo di una norma che avrebbe sollevato diversi problemi.

Anzitutto il profilo concorrenziale, soprattutto di matrice comunitaria. Una norma che imponga alle società sulle quali incide un tetto per gli stipendi di fatto impedisce loro di accaparrarsi i manager migliori che, di regola, sono anche quelli che guadagnano di più.

Sarebbe poi immediatamente scattato un problema di incompatibilità con la Carta Costituzionale. Con il primo comma dell'art. 41 in particolare. L imposizione di un vincolo così stringente avrebbe coniugato una importante riduzione della libertà di iniziativa economica dei privati.

Il contenimento degli stipendi e, soprattutto, il loro allineamento con le performance societarie e quindi con guadagni o perdite dei risparmiatori va inseguito per altra via. Come ci suggeriscono gli altri legislatori europei. A fronte delle forti iniezioni di liquidità nel settore bancario infatti, imposte sui mega-incentivi ai manager sono state introdotte in diversi paesi europei. Parigi prevede di raccogliere in questo modo oltre 360 milioni di euro e Londra che ha imposto una tassa del 50% sui bonus erogati.

Molto più seria, e giuridicamente sostenibile, l'obbligatorietà della pubblicazione degli stipendi. Per altro non solo dei top manager. Si tramuterebbe in un forte passo avanti verso la trasparenza sia sul profilo della governance societaria che della regolamentazione dei mercati finanziari. Da un lato i soci sapranno con immediatezza, facilità e soprattutto economicità quanto gli costa la dirigenza e dell'altra i mercati potranno valutare se i compensi sono proporzionati alle performance raggiunte.

In effetti è un nodo di grande valenza sistemica. Soprattutto all'indomani di una crisi finanziaria come quella scatenate dal settore immobiliare statunitense [1].

Nel settore finanziario, quando il rendimenti sono alti, gli stipendi sono alti, ma quando la performance è bassa, la paga rimane alta [2]. La crescita dell'8% di bonus e stipendi da prima della crisi ad oggi è li a dimostrarlo.

Una sana regolamentazione degli stipendi dei manager porterebbe infatti a diversi vantaggi difficilmente raggiungibili per altra strada.

Dalla crisi gli economisti traggono primariamente due conclusioni. Vediamole in relazione alla questione che qui ci occupa.

Anzitutto il problema della dimensioni delle istituzioni finanziarie.

Emerso a pieno dalla crisi, ha innescato tante discussioni sulla giustizia sociale degli interventi di salvataggio dei governi. Quel gigantismo degli attori economici che li rende too big to fail.

Il sistema delle retribuzioni, nelle istituzioni finanziare europee come in quelle d'oltreoceano, premia il volume d'affari che ciascun manager o anche dirigente o anche private banker è in grado di convogliare verso il proprio committente. Innesca così un sistema per il quale lavorare nel grande è sempre più conveniente (in termini di emolumenti, e non più evidentemente, di stabilità). Le grandi strutture consentono di sfruttare, nella caccia al risparmiatore, reti capillari sui territori, compagne pubblicitarie a livello continentale e spesso mondiale e soprattutto una fiducia dei mercati basata, appunto, ed erroneamente, come si è visto, sulle dimensioni della gruppo di riferimento; é così che i cervelli migliori vengono di fatto allontanati dalle piccole strutture. In questo modo è diventato complicato creare piccole realtà di qualità.

Poi la gestione del rischio.

I compensi ai dipendenti sono fondamentalmente pagati in base alle performance di breve periodo; le retribuzioni interne salgono con l'aumentare dei corsi azionari. Conseguentemente le strutture societarie di vertice hanno un incentivo a fornire informazioni distorte in modo da fare apparire le loro performance migliori di quanto realmente siano [3].

Si è evitato di iscrivere in bilancio le posizioni di rischio utilizzando, tra gli altri, lo strumento della cartolarizzazione.

Ma soprattutto si sono accettati rischio sopportabili - solo – in un'ottica, appunto, di breve periodo: non è un caso che tutti gli strumenti di ingegneria finanziaria nati (o recuperati) in questi anni avessero il fine ultimo di allungare sempre più la leva finanziaria. Si voleva ottenere, nel breve periodo, il risultato migliore dalle minime oscillazioni dei listini. Ignorando completamente la stabilità del sistema e quella dei singoli attori nel lungo o anche solo medio periodo.

Anche per questo il sistema finanziario ha fallito nello svolgere i propri compiti chiave: gestire il rischio, allocare il capitale e mantenere bassi i costi di transazione.

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[1] La stima di stipendi e bonus, già elaborata dal periodico inglese Wealth Bullettin, trova conferma nei primi bilanci 2009: dopo JpMorgan anche le altre grandi banche di Wall Street si preparano a diffondere i risultati degli ultimi tre mesi del 2009 e l'ammontare dei compensi dei propri dipendenti. Le prime indiscrezioni rivelano una corsa al bonus che non si è mai fermata nemmeno durante i momenti più neri della crisi. I 145 miliardi di dollari in stipendi che saranno pagati dalle più grandi banche a stelle e strisce, secondo le stime delle autorità di New York, fanno registrare un progresso di circa l'8% rispetto al 2007, l 'ultimo anno di crescita prima della crisi. E bonus e stipendi continuano a pesare per più del 32% del fatturato dei grandi gruppi finanziari americani, una media che fa segnare i massimi per le banche d'affari, come Morgan Stanley che nel 2009 potrebbe superare il 60%. Il tutto mentre il reddito medio degli statunitensi fra il 2000 e il 2008 si è contratto di circa il 4%.

[2] Secondo il rapporto realizzato nel 2009 dalla società di consulenza Deloitte "Managing talent in a turbulent economy", quasi un terzo dei manager intervistati pensa che sia ora, dopo un anno di austerità, di alzare gli stipendi.

[3] In questo senso, ma ragionando a contrario, J. Stiglitz su Financial Times del 28/01/2009.

Letto 10148 volte Ultima modifica il 06 Luglio 2013

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