venerdì, 24 Novembre 2017

Diffusione del telelavoro

Scritto da  il 23 Novembre 2009

SOMMARIO: 1. Elementi ostativi alla diffusione del telelavoro. - 2. La situazione italiana del telelavoro.

1. Elementi ostativi alla diffusione del telelavoro
Un tempo, l'ostacolo principale al telelavoro erano i costi proibitivi. Oggi non lo sono più: il telelavoro abbatte le spese ed eleva i guadagni. Oggi si telelavora senza accorgersi di essere dei telelavoratori. Quando si usa il cellulare, il palmare, si invia un e-mail da casa, si sta telelavorando.
Ma allora quali sono gli ostacoli alla sua rapida diffusione? Gli elementi che frenano il telelavoro sono i manager con i loro giochi di potere, l'apparente mancanza di sicurezza per l'impresa, il sindacato, il vuoto normativo, i costi (ormai solo come scusante)  e, per ultimo, i telelavoratori ma, come si vedrà, molto limitatamente.
I più significativi ostacoli sono dunque dovuti a fattori umani più che a fattori tecnici.
L'azienda è un microcosmo fondato su equilibri spesso patologici. Questi equilibri vengono alterati, se non addirittura eliminati del tutto, dal telelavoro. Non è un caso che i fautori del no siano proprio i dirigenti. [1] Il potere di controllare minuto per minuto, convocare quando si voglia i propri subalterni è un privilegio a cui nessun funzionario vuole rinunciare, «decurtazione inaccettabile della loro forza, una rinunzia insopportabile dei simboli dell'autorità tanto più primitiva quanto più basata sulla diretta compresenza» [2]. Ma facciamo un passo indietro. Il telelavoro ha la peculiarità di concentrare la maggior parte delle attività imprenditoriali in rete, mentre gli operatori sono decentrati e mobili, per motivi di flessibilità ed economicità. Ciò purtroppo cozza contro un modello tradizionalista d'impresa fondato sul controllo visivo. Il telelavoratore, difatti, se da un lato deve comunque produrre, dall'altro è lui a decidere come organizzare il suo tempo ed il suo lavoro. I responsabili vedono in tutto questo una forte perdita di potere [3]. Se poi si pensa che negli ultimi anni, strumenti come il cellulare sono stati utilizzati dalle aziende, conseguentemente dai loro capi, non tanto per aiutare i dipendenti a lavorare meglio, ma per controllarli sempre più insistentemente, ci si rende conto che queste relazioni tra dipendenti sono spesso molto di più che semplici relazioni di lavoro. Ci troviamo di fronte ad un ostacolo molto più difficile da superare di quello semplicemente tecnico, che è quello culturale. E' ormai lapalissiano che il primo controllo sul telelavoro è la sua produttività, i suoi risultati, ma un problema tecnico giuridico riguarda l'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori che vieta "l'uso d'impianti audio visivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori". La questione si può risolvere sia installando strumenti audiovisivi autorizzati e controllati dal telelavoratore, sia con la possibilità di richiesta di ispezioni da parte del teleoperatore o con la possibilità del datore di lavoro di accedere alla telepostazione previa comunicazione all'interessato, sempre nei limiti e nel rispetto delle leggi. Si pensi alle videoconferenze, uno strumento di lavoro straordinario che permette comunicazioni audiovisive fra più persone, ma che richiede l'installazione di una webcam in casa del telelavoratore, in tal caso sarà lui ad autorizzare e controllare la telecamera, in modo che non diventi una finestra all'interno del suo appartamento. Esistono anche i software di controllo, programmi autoistallanti la cui presenza sul computer è sconosciuta all'utente, e il cui fine è quello di spiarlo. La presenza di tali software non è in alcun modo giustificabile e ciò, oltre che immorale, è sopratutto illegale [4].
Un altro ostacolo alla diffusione del telelavoro, e quello della sicurezza aziendale [5] . I manager affermano che con il telelavoro c'è il rischio che informazioni riservate dell'impresa, siano fruibili e accessibili più facilmente. Lo spionaggio industriale, è un vecchio problema. La conservazione di documenti o anche semplici informazioni che non debbano uscire dall'impresa, può sembrare risolvibile se tutte le "carte" sono conservate in un unico luogo sicuro. Prima di tutto niente è totalmente sicuro, secondo nessuna azienda oggi può far a meno di computer che non sono solo violabili dall'esterno (accesso fisico sul p.c.), ma anche dall'interno (intrusione telematica). Se è ovvio e responsabile che il lavoratore abbia cura dell'attrezzatura fornitagli dal datore di lavoro, è anche ovvio e responsabile che il datore di lavoro fornisca software di protezione che evitino perdite di informazioni. In questo caso è irrilevante dove si trovi il computer, ma è importante che questo sia protetto da programmi finalizzati a tale scopo. Anche in questo caso le opposizioni sollevate sul telelavoro trovano molti limiti.
Il sindacato [6] dovrebbe aiutare i lavoratori e non ostacolarli. Come entra allora in questo discorso? I sindacati sono stati i primi a studiare il telelavoro e ad evidenziarne i pro e i contro, anche per loro. E' emersa la difficoltà di mantenere i contatti ed informare i lavoratori, ciò ha prodotto un temporeggiamento e un forte scetticismo. In realtà, non è il telelavoro che allontana i sindacati dai loro fruitori, ma l'incapacità di questi di stare al passo con i tempi. Il sindacato si deve informatizzare e divenire un "telesindacato". Anche qui, i vecchi rapporti sono destinati a mutare, ma non a scomparire; è questo che il sindacato deve capire. Se il sindacato non si convertirà sarà lui a perdere i lavoratori e non viceversa. Ci troviamo di fronte all'ennesimo limite umano ad adattarsi ai cambiamenti. La legge è sempre stata, purtroppo, in ritardo con i tempi, questo causa il cosiddetto vuoto normativo [7]. Le leggi sul lavoro sono figlie della rivoluzione industriale, ma oggi il lavoro non è solo industriale, ma anche informatizzato. Le fondamenta del lavoro sono nella nostra Costituzione, ma non bastano. Negli ultimi anni qualcosa si è mosso, il legislatore ha iniziato, anche se con la sua "lentezza ordinaria", ad affrontare il problema.
Il telelavoratore è a tutti gli effetti un lavoratore, e come tale gli si debbono riconoscere gli stessi diritti. In più, è necessario affrontare problematiche nuove come privacy, salute e videoterminale, sicurezza e quant'altro. Fino a quando il primo a non dare rilevanza al fenomeno di cui trattiamo è il legislatore, è ovvio che la società non recepisca il bisogno di cambiare. La spinta iniziale spetta ai governanti, del resto è il loro ruolo.
Circa i  costi [8] , c'è ben poco da dire. Era il problema per eccellenza dieci anni fa, oggi le cose sono cambiate. Il telelavoro non è un costo oneroso per le società, ma una soluzione per ridurre e in alcuni casi abbattere le spese. L'unico vero problema di natura tecnica ora non esiste più.
In Italia, la maggior parte dei telelavoratori [9] nasce in via sperimentale o in via volontaria, solo pochissime aziende lo propongono al dipendente sin dall'inizio del rapporto di lavoro [10]. Premesso ciò, i telelavoratori insoddisfatti sono una percentuale minima rispetto a coloro che hanno espresso un'opinione positiva all'esperienza del telelavoro. L'identikit del telelavoratore insoddisfatto è il seguente: età media tra i 40 e i 50 anni, scarse possibilità di carriera, poche e limitate conoscenze informatiche, incapacità all'autogestione. I fattori appena descritti evidenziano la mancanza di flessibilità del lavoratore che, ironia della sorte, è quello che oggi le imprese chiedono. Alcuni telelavoratori, invece, hanno lamentato l'aumento di ore di lavoro e la riduzione della vita privata, ma questo dipende dal singolo nel non riuscire a scindere le due cose.
Le conclusioni, a questo punto, si scrivono da sole. Oggi che le nuove tecnologie sono economicamente e tecnicamente accessibili a tutti, il nemico numero uno del telelavoro è l'uomo. L'uomo che con le sue insicurezze, con la sua rigidità e ostilità verso il nuovo, fa di tutto per complicarsi la vita.

2. La situazione italiana del telelavoro 
L'Italia attraversa un periodo storico-economico molto difficile. Dai giornali, dalle televisione, dalle radio, veniamo bombardati quotidianamente da notizie che prospettano crisi e recessioni economiche devastanti. E' un periodo veramente nero per molte Nazioni, anche se per il nostro Paese più di altri.
Si registra l'uscita dal mercato del lavoro di lavoratori abili, perché è economicamente sconvenientemente lavorare: "si deve pagare per lavorare" oggi non è una frase fatta. Brillanti giovani, volenterosi e capaci vedono sfruttate e svalutate le proprie potenzialità [11].
E' di oggi la notizia che nel I° semestre del 2008, l'Italia ha raggiunto un tasso di disoccupazione che non registrava da decenni con un numero di disoccupati di 1.700.000  [12].
Ma proprio una delle possibilità che ha l'Italia di uscire da questa situazione è puntare sulla sua forza lavoro. E quando si parla di forza lavoro, si deve tener conto non solo dell'impiego, ma delle modalità in cui si svolge, delle possibilità di un futuro. La maggior parte dei giovani che oggi stanno lavorando, domani non farà più quel tipo di lavoro. Vanno in fumo esperienze, crescita e denaro. Le imprese, di riflesso, hanno sicuramente dei grossi problemi economici, e allora perché non tentare nuove strade? Da un male può nascere un bene, forse è proprio il momento di puntare sul telelavoro. Il telelavoro può diventare un protagonista della ripresa. In Europa, alla fine degli anni novanta si è registrata un'impennata del telelavoro.
I Paesi che più di altri hanno fatto ricorso al telelavoro sono la Gran Bretagna, la Germania, la Francia e specialmente i Paesi Scandinavi. Ma sono gli Stati Uniti d'America ed il Giappone ad occupare il primo posto nel mondo. L'Italia, anche se in questi anni ha visto aumentare i telelavoratori, resta purtroppo il fanalino di coda nella graduatoria tra i Paesi con più telelavoratori.
Alla fine degli anni novanta lo scenario nazionale del telelavoro evidenziava una crescita, in più era previsto per il primo decennio del 2000 un incremento significativo. C'è persino chi all'epoca dichiarò che nel 2005 saremmo stati tutti, anche se con modalità differenti, telelavoratori.
Certamente oggi, quantitativamente, ci sono più telelavoratori che in passato, ma la forte crisi economica, insieme ad altri fattori, non ha permesso lo sviluppo che ci si aspettava [13].
L'ultimo studio articolato e comprensivo di più Paesi è del 1999, ne sono seguiti altri, ma solo di singole situazioni nazionali. L'European Telework Development, supportata dalla Commissione Europea, ha studiato la diffusione del telelavoro nel mondo nel 1999 [14]. In tutta Europa c'erano 9.009.000 telelavoratori per una percentuale sulla forza lavoro del 6,6%. In Italia i telelavoratori erano 720.000, il 3,59% della forza lavoro, di cui 315.000 erano telelavoratori a domicilio (1,57% della forza lavoro), 90.000 telelavoratori autonomi (0,45% della forza lavoro), 270.000 telelavoratori mobili (1,35% della forza lavoro), 135.000 telelavoratori occasionali (0,67% della forza lavoro). L'Italia risultava la penultima nella graduatoria europea per diffusione del telelavoro, i due estremi della graduatoria erano rappresentati rispettivamente dalla Finlandia (16,77% della forza lavoro) e dalla Spagna (2,81% della forza lavoro). Ma questi dati risultavano irrisori se confrontati prima con quelli del Giappone, telelavoratori 2.090.000 (pari al 7,9% della forza lavoro), e poi con quelli degli Stati Uniti d'America, telelavoratori 15.700.000 (pari al 12,9% della forza lavoro). Questo studio prevedeva per l'Italia, 1.500.000 di telelavoratori nel 2005. Oggi, ricerche svolte dalla Facoltà di Scienze delle Comunicazioni dell'Università La Sapienza di Roma, evidenziano nel 2007 800.000 telelavoratori in Italia e la cifra è notevolmente inferiore alle previsioni [15]. Lo studio della Telework Studies Bbc, rivela il numero di 2.100.000 telelavoratori inglesi del 2005 [16]. I singoli dati servono a poco se non raffrontati con dati di altre Nazioni.

Nella breve panoramica fino ad ora esposta, due sono gli elementi che balzano agli occhi. I grossi vantaggi del telelavoro e il suo scarso impiego. Sono due dati che contrastano. L'ostacolo numero uno, lo ribadisco, è l'uomo. Non c'è nessuna tecnologia, nessuno strumento che può abbattere gli ostracismi, le resistenze sociali. Allora perché non insistere su dibattiti, discussioni che portino a galla la questione? Potrebbe essere un interessante tema politico, perché trascina con sé questioni come la disoccupazione, l'inquinamento, il miglioramento della vita sociolavorativa delle persone e tanti altri aspetti della collettività già visti in precedenza. Insistere sul telelavoro come una delle soluzioni che aiuti il Paese in un momento di così grave situazione economica, rivalutando e creando posti di lavoro, ad avviso di studiosi di livello internazionale, sembra proprio essere una soluzione vincente.

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[1] Gaeta L., Manacorda P., Rizzo R., op. cit., 1995.
[2] De Masi M., op. cit., 1999.
[3] Borgna P., Cerri P., Failla A., op. cit., 1996.
[4] Lyon D., op. cit., 2002.
[5] Lyon D., op. cit., 2002.
[6] Persiani M., Diritto sindacale, Cedam, Padova, 2006.
[7] Frosini V., op. cit., 1998., Rodotà S., Tecnologie e diritti, Il Mulino, Bologna, 1995.
[8] AA.VV., op.cit., 1991.
[9] Di Nicola P., op. cit., 2002.
[10] Borgna P., Cerri P., Failla A., op. cit., 1996.
[11] Si veda il sito www.metronews.it
[12] Si veda il sito www.rai.it
[13] Zoppoli L., op. cit., 2006.
[14] Si veda il sito www.inps.it
[15] Si veda il sito www.uniroma1.it
[16] Si veda il sito www.bbc.co.uk

Letto 2384 volte Ultima modifica il 06 Luglio 2013

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